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MISSIONE FILIPPINE: DUE PAROLE CON TEA

Cari amici, avevo in scaletta di scrivervi stanotte, anzi no ieri notte, anzi no l’altro ieri notte. Insomma volevo scrivervi la notte prima della partenza. Solo che questa partenza continua a slittare. Come un incubo che ritorna e riecheggia il terremoto in Emilia e l’esercitazione in Austria. E allora parliamo di questo, di quello che sta succedendo lontano da noi (a Tacloban per la precisione), sopra di noi (la Farnesina, la Protezione e compagnia bella), vicino a noi (il nostro Direttore, la Segreteria etc) e parliamo soprattutto di quello che sta succedendo dentro di noi. Andiamo con ordine: nelle Filippine la situazione è ovviamente drammatica in tutto, ma il dramma nel dramma è il caos che regna a livello logistico per chi si sta operando nel far giungere i soccorsi. Quindi, arrivando al punto 2, è necessario che la nostra partenza non sia un gioco al massacro ma pur sapendo che andremo ad operare in situazioni al limite della sopportabilità, il livello minimo di sicurezza e vivibilità dei volontari deve essere garantito. Stanno cercando la possibilità di far partire la squadra tutta insieme, per non smembrarci, e possibilmente di non farci fare voli di tre giorni in cui magari si rischia di rimanere parcheggiato in un hangar al freddo e senza cibo. E ottenere questo, in questo momento non è che sia facile o scontato. Se vi ricordate, e SICURAMENTE sarà così, le lezioni di Psicologia dell’Emergenza durante le nostre IFA, quello che abbiano sempre ribadito è la necessità di operare in sicurezza, e che il vero pericolo per un soccorritore, soprattuto se opera in catastrofi, è la “sindrome dell’eroe”. Qui non si tratta di partire alla cieca, ma di partire se ci sono le condizioni minime per poterlo fare. Se non ci sono, ed è esattamente quello che stanno cercando di valutare, non si parte fino a che la situazione non dia le garanzie necessarie. O per caso c’è qualcuno tra noi che preferisce trovarsi là, in uno scenario apocalittico,  e, se va bene, tornare a casa dopo un giorno? Non credo che nessuno si diverta in questo stillicidio ma è quello che caratterizza l’emergenza in scenari come questo: l’incertezza regna sovrana. Arriviamo al punto 3. Il nostro Direttore, i vertici della PC, la nostra Segreteria stanno impiegando i loro giorni e le loro notti per superare i mille ostacoli che una missione così ci sta mettendo davanti. Ci tengono aggiornati per quel che possono ma non possono inventarsi notizie che non ci sono. E noi? Eccoci arrivati al punto 4. Noi, tutti noi, abbiamo il preciso dovere di rispettare le procedure. La prima regola, per chi si occupa di emergenza è, dal momento dell’attivazione RESTARE IN ATTESA delle notizie che vengono fornite, se e quando vengono fornite. E’ chiaro che questo ci procura tensione, stress, aumenta la nostra preoccupazione, ci crea problemi sul luogo di lavoro ma non dipende dalla mala volontà di nessuno, così è, ci piaccia o meno. Forse Stati meno incasinati del nostro stanno lavorando meglio, forse hanno più risorse ma questo è quello che noi abbiamo e dobbiamo cercare di funzionare al meglio entro questa cornice di riferimento. In questo momento chiamare, messaggiare, scrivere  a chi sta già impazzendo per far muovere l’ingranaggio e sbloccarlo da questo impasse, vuol dire solo creare un problema. Non raccontiamoci balle, questa cosa la sappiamo tutti e allora, chiediamocelo, perchè, nonostante il sapere lo facciamo? Tento una risposta: per l’ansia! E allora se di ansia si tratta, non riguarda la Direzione o la Segreteria ma il Team Psicologico. E’ a me e agli altri Psicologi che dovete rivolgervi. In fondo a questa lettera Olivia trascriverà i nostri recapiti, contattateci. Non vi daremo informazioni sulla partenza, perchè non le abbiamo, ma possiamo aiutarvi a gestire uno stato emotivo che rischia solo di rendere lo “zaino” più pesante.

Cercateci possiamo fornirvi diverse strategie per far passare questo tempo nel modo migliore.

Perdonatemi il tono “tosto” ma il mio compito è quello di tutelare il benessere psicologico di tutti, e siete tutti nel mio cuore, ma è ancor più necessario che chi si trova sulla cabina di comando possa avere tutta la necessaria lucidità per esercitare le proprio funzioni.

Usate questo tempo per non lasciare carichi sospesi, incombenze a metà. Non dite “lo farò al mio ritorno”, fatelo ora! Coccolatevi che là anche fare la cacca sarà un problema! Approfittate, se ci riuscite, di questo tempo per informare gli organi di stampa, vanno bene anche i giornalini locali, per rilasciare interviste. Parlate dell’ARES, diffondete chi siamo e cosa facciamo. Indicate la possibilità di donarci il 5% o altri tipi di donazione. Come tutti sappiamo, andiamo avanti sempre a trozzi e bocconi, con le nostre quote associative e le donazioni, appunto. Più ne sono più possiamo aiutare in modo efficace. Se vedete, in questo momento è un fiorire di richieste ma noi non abbiamo bisogno di mettere le facce del bambino piangente di turno, perchè là noi ci andiamo, con le nostre facce (ed anche altre parti del corpo meno “nobili”) a giocarcele.

Come dice il sonno POETA Valentino Rossi “fatti non pugnette”!

Coraggio ragazzi, tieniamo duro e lasciamo lavorare chi lo sta già facendo per noi.

Ho le braccia lunghe kilometri e vi tengo stretti nel mio abbraccio.

Doro_Tea

 

Vi lascio con una frase che mi ha scritto la nostra Annalisa Cardone e che mi pare dolce come la rossa ciliegina sulla torta.

E’ in notti come questa che l’ostrica costruisce la sua perla” (Wright)

Ecco alcuni dei nomi storici del nostro gruppo psicosociale ARES:

Dorotea Ricci   doroteari@libero.it

Piccinini Carla  carlamapic@gmail.com

Cardone Annalisa  annalisa.cardone@libero.it

Accaramboni Pamela  psico.h@libero.it

Mastrostefano Maria Teresa  mariateresa.mastrostefano@agenziaentrate.it

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